Vento che sferza la faccia, pioggia sottile che si infila nel colletto della maglia, nebbia che impedisce di vedere a un palmo dal naso: questo mi aspettavo da Belfast. E invece no. Scordatevi il tempo mutevole che ci si immaginerebbe su un’isola come l’Irlanda, scordatevi gli scenari tempestosi. A Belfast fa caldo. O, comunque, durante il fine settimana di metà maggio in cui ci sono stata io, il sole mi ha sempre fatto compagnia.
Vedere dalla finestra della mia camera al Bullitt Hotel gente che camminava in maniche corte e vestitini non mi aveva convinta, perché in fondo pensavo che fossero tutti ancora tutti un po’ accaldati per via dell’alcol del sabato sera, così sono uscita con il giubbotto impermeabile (legato in vita per il resto della giornata) e la maglia di lana (portata sulle spalle fino a quando siamo rientrati in hotel nel tardo pomeriggio).
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Belfast è una città che sorprende, dove ti ritrovi a pensare tutto qui? in alcuni posti che secondo molti sono assolutamente da non perdere, e a stupirti in altri da cui invece non ti saresti aspettato molto.
La prima parte della città che abbiamo visto al mattino non ha bisogno di presentazioni. In tanti hanno scritto migliaia di parole sul Gaeltacht Quarter, quindi non perderò tempo per raccontare la storia dei Troubles che hanno reso questa zona tristemente famosa dalla fine degli anni Sessanta fino al 1998.

Avevo letto che è possibile visitare il quartiere che si snoda attorno alle note Falls Road e Shankill Road grazie ai tour guidati in taxi, ma la maggior parte dura circa tre ore e non avevamo tutto questo tempo, così abbiamo deciso di andare nel Gaeltacht Quarter a piedi dal nostro albergo, cercando lungo il percorso alcuni dei murals più noti, a partire da quello di Bobby Sands.

Non è un bel quartiere, questo va detto ma, d’altra parte, non si viene qui per la bellezza. Quello che si vede è un colpo al cuore, con la peace line in cemento, ferro e filo spinato, costruita nel 1970 per dividere i cattolici e i protestanti che ancora oggi vivono in un territorio di pochi chilometri quadrati. Impossibile non chiedersi quale sia la sua utilità ai nostri giorni. Difficile immaginare che i cancelli di ferro rinforzato vengano tuttora chiusi la notte per impedire il passaggio da una parte all’altra.

Dal Gaeltacht Quarter in mezz’ora a piedi si raggiunge il St George’s Market, dove si respira un’aria diversa e decisamente meno opprimente. Devo ammettere che le tante recensioni avevano fatto sì che mi aspettassi molto di più. Musica dal vivo, artigianato locale, bancarelle di street food. La musica dal vivo non c’era, e l’artigianato non era locale (incensi a profusione, anellini di fabbricazione cinese, saponette di oscura provenienza). Il cibo di strada si trova, ma non c’è propriamente l’imbarazzo della scelta. Non abbiamo avuto problemi a trovare comunque qualcosa da mangiare, ma devo dire che mi immaginavo qualcosa di più speciale.

Ancora intenzionati a non fermare un taxi per strada né a chiamare un Uber, abbiamo raggiunto il Cathedral Quarter, anche perché secondo Google Maps il tempo di percorrenza è di appena quindici minuti a piedi. In teoria. Perché in un posto come Belfast, e questa è la cosa della città che ho apprezzato di più, è la facilità con cui ci si lascia convincere che è il caso di fare una tappa all’ennesimo pub per un’altra birra.

Difficile resistere alla tentazione, soprattutto in una giornata calda e soleggiata. Come fare a non fermarsi per una ventina di minuti, sedersi su una delle panche davanti a una public house e ordinare un’altra stout? Più volte ho avuto l’impressione che alcuni degli avventori ci seguissero. O forse eravamo noi che seguivamo loro senza rendercene conto, leggermente annebbiati dall’alcol (non a stomaco vuoto, perché ho dimenticato di dire che a un certo punto, da qualche parte, abbiamo fatto rifornimento con un ostriche e pane e burro salato). Sta di fatto che sono convinta di aver rivisto in pub diversi almeno tre persone che avevo già incontrato in altri locali nel corso della giornata. Dopo qualche ora avrei iniziato a salutarli.
Belfast in fondo è una città piccola, dove tutti si conoscono e dove hai l’impressione (la certezza, a tratti) di riconoscere diverse persone, come a casa.